Imparare a imparare: da dove nasce il metodo 42

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Quando pensiamo a una scuola, immaginiamo quasi sempre la stessa scena: un’aula, un insegnante che spiega, degli studenti che ascoltano. Poi esercizi, verifiche, voti.

Per molto tempo questo modello ha risposto a una necessità precisa: trasmettere conoscenze consolidate da chi le possiede a chi deve ancora acquisirle. Ma cosa succede quando strumenti e tecnologie cambiano continuamente? Quando il problema che dovremo risolvere domani non esiste ancora oggi? È da questa domanda che prende forma il metodo 42.

2013: un problema concreto

42 nasce a Parigi nel 2013, dall’iniziativa di un gruppo di fondatori provenienti dal mondo dell’imprenditoria digitale e della formazione informatica francese.

Il punto di partenza nasce da un’esigenza specifica: il settore digitale francese faticava a trovare abbastanza professionisti con le competenze necessarie.

Già nel 2013 Le Monde raccontava la nascita di 42 come quella di una scuola gratuita, accessibile senza requisito di diploma e costruita attorno a un modello educativo fuori dagli schemi tradizionali. Il problema, però, non riguardava soltanto quante persone formare. Riguardava anche come prepararle a un settore destinato a cambiare continuamente.

Da qui nasce una domanda:

che cosa dovrebbe insegnare una scuola, se non può sapere quali strumenti useranno i suoi studenti tra dieci o vent’anni?

Imparare a imparare

La risposta di 42 è racchiusa in un’espressione centrale nella pedagogia del network: learning to learn, imparare a imparare.

Nel metodo 42 gli studenti non ricevono soltanto conoscenze da applicare. Affrontano problemi e progetti e devono capire quali informazioni servono per risolverli. Bisogna documentarsi, confrontare fonti, formulare ipotesi, sperimentare, discuterne con gli altri.

È una dinamica osservata anche da K. Maggi e N. Pollini, due ricercatori del Software Technologies Lab dell’Università degli Studi di Firenze, che per sei mesi hanno frequentato 42 Firenze dal punto di vista degli studenti, partecipando anche alla Piscine.

Nel raccontare il primo impatto con il metodo, sottolineano proprio questo: l’obiettivo non è fornire immediatamente la risposta, ma portare chi apprende a costruire un metodo per trovarla.

Uno studio condotto da K. Maggi e N. Pollini, due ricercatori dell’Università di Firenze, spiega il peer-learning di 42 per imparare la programmazione software.

Per imparare bisogna sentirsi liberi di sbagliare

Nella scuola tradizionale siamo spesso abituati a considerare l’errore come qualcosa da evitare.

In 42, invece, l’errore diventa una parte attiva dell’apprendimento: segnala che una strada non funziona, mette alla prova un’ipotesi e offre un punto concreto da cui correggere il proprio approccio.

Il percorso di studi di 42 è costruito come una successione di sfide: si prova, si fallisce, ci si confronta, si cambia strategia e si riprova.

Sbagliare ti permette di acquisire informazioni che aiutano a capire meglio il problema e a costruire il tentativo successivo.

Nelle loro osservazioni sul campus, i ricercatori UNIFI descrivono questa dinamica con una sequenza molto semplice: provare, fallire, confrontarsi, riprovare.

È un approccio coerente anche con la letteratura scientifica. Nella review Learning from Errors, J. Metcalfe mostra come l’errore possa favorire l’apprendimento quando viene seguito da un feedback che permette di correggerlo. Anche lo studio The benefit of generating errors during learning di Potts, Davies e Shanks suggerisce che tentare di generare una risposta, anche sbagliata, può aumentare l’attenzione verso la soluzione corretta che arriva dopo.

Il punto, quindi, non è che sbagliare faccia imparare automaticamente. È ciò che succede dopo a fare la differenza: riconoscere l’errore, comprenderlo, cambiare strategia e riprovare.

Un metodo con radici antiche

Il modello 42 si fonda sull’apprendimento attivo. Tra le radici pedagogiche ci sono Joseph Jacotot, con il principio dell’uguaglianza delle intelligenze, e Maria Montessori, con l’attenzione all’autonomia, alla curiosità e all’esperienza diretta.

Esiste poi una genealogia più vicina al mondo dell’informatica. Parte del team fondatore proveniva dalla formazione informatica francese, in particolare da esperienze come EPITA ed Epitech, maturate prima della nascita di 42.

Durante le prime Piscine, nel 2013, i fondatori di 42 raccontavano a Le Monde di osservare anche la capacità dei candidati di “assorbire l’incertezza”: continuare a muoversi e prendere decisioni anche quando la strada non è completamente definita. Questa è forse una delle descrizioni più efficaci del metodo.

Non eseguire il futuro. Imparare a costruirlo

Project-based learning, peer-to-peer, gamification e community sono tutti elementi che spingono tutti nella stessa direzione: rendere progressivamente lo studente meno dipendente da qualcuno che gli dica cosa fare dopo.

È probabilmente qui che un metodo nato nel 2013 incontra ancora di più il presente. L’intelligenza artificiale sta modificando rapidamente strumenti, professioni e competenze. Alcuni compiti diventano automatizzabili, altri nasceranno da tecnologie che ancora non conosciamo.

Per questo l’obiettivo di 42 non è soltanto formare persone capaci di eseguire bene un compito conosciuto, ma allenare menti capaci di entrare in un problema nuovo, capire ciò che manca, formulare ipotesi, sbagliare e costruire una strada per risolverlo.

Perché si chiama “42”?

Il nome viene da Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.
Nel romanzo, un supercomputer impiega milioni di anni per trovare la risposta alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto”.
La risposta è: 42. Il problema è… che nessuno conosce più esattamente la domanda. Si tratta di un riferimento alla cultura geek, ma anche una metafora perfetta per una scuola che mette al centro non soltanto le risposte, ma la capacità di farsi domande e cercare strade nuove.

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